Più che uscire dall’euro, il rischio è la cacciata. E addio Italia
Paolo Savona scrive che l’Italia dovrebbe ribellarsi alle regole che l’Unione si prepara a imporre ai paesi dell’euro. Dovrebbe abbandonare la moneta unica e riacquisire integralmente la propria sovranità monetaria. Naturalmente, aggiunge, questa non sarebbe una strada facile da percorrere di Giorgio La Malfa
16 AGO 20

Paolo Savona scrive che l’Italia dovrebbe ribellarsi alle regole che l’Unione si prepara a imporre ai paesi dell’euro. Dovrebbe abbandonare la moneta unica e riacquisire integralmente la propria sovranità monetaria. Naturalmente, aggiunge, questa non sarebbe una strada facile da percorrere: all’indomani di una tale decisione e per un certo lasso di tempo vi sarebbero molti rischi nella gestione del nostro debito pubblico e molte difficoltà politiche, ma alla fine l’Italia potrebbe riprendere in mano il proprio futuro che oggi appare compromesso dalla visione che ispira la Bce e le autorità europee.
Può darsi che qualcuno sia tentato di considerare l’intervento di Savona come una provocazione o peggio di liquidarlo come espressione di malumore antieuropeo. Savona pone invece un problema serio che merita una riflessione approfondita, anche perché oggi comincia a prendere forma in altri paesi, e soprattutto in Germania, una riflessione critica sull’eccessiva estensione del perimetro dell’euro. Durante la crisi greca esponenti politici di primo piano della Germania posero il problema della ridefinizione dei confini dell’euro e della esclusione da esso dei paesi “devianti”. Si va diffondendo l’idea che l’Unione monetaria non possa funzionare bene se i paesi che ne fanno parte sono troppo diversi fra loro nelle condizioni economico-finanziarie o addirittura nella visione complessiva dei compiti delle politiche monetarie ed economiche. Non si può escludere che la richiesta tedesca di modifica dei trattati sia volta a provocare il distacco dei paesi che non si sentono di condividere fino in fondo la visione tedesca della stabilità.
Io sono sempre stato convinto (l’ho scritto nel 2000 in un libro sui “rischi dell’euro”) che l’Ume poggi su basi fragilissime e che la strada dell’euro non sia a senso unico. Non è affatto detto che il numero dei paesi membri possa solo aumentare. Alla lunga, solo pochi – la Germania e le economie a essa più strettamente collegate – possano sopportare le politiche economiche di Maastricht. Se le difficoltà di tutti gli altri e anche della Francia, l’alleato più stretto della Germania, dovessero imporre un allentamento della rigidità, sarà la Germania a porre il problema della propria partecipazione all’euro. Ma se la Germania avrà la forza di imporre la sua visione, saranno gli altri a dover scegliere fra una depressione perenne e l’uscita dall’Ume. L’articolo di Savona è l’espressione della persuasione, che potrebbe dimostrarsi realistica, che alla lunga sarà la filosofia di politica economica tedesca a prevalere. Da lungo tempo penso che un paese governato seriamente potrebbe scegliere la strada suggerita da Savona. Ma per l’Italia vi è un problema politico specifico di cui non si può non tener conto. Di fronte all’ipotesi di una fuoriuscita dall’euro, potrebbe manifestarsi una risposta diversa fra le regioni del nord e quelle del mezzogiorno.
Temo che il problema della partecipazione/esclusione dall’euro possa essere il detonatore della divisione del paese. Non ci possiamo permettere di offrire una piattaforma economica al desiderio di divisione del paese. Non abbiamo alternative, oggi come oggi, alla partecipazione all’euro. La mia critica alla politica economica del governo è che essa non fa abbastanza per mettere al sicuro l’Italia dai rischi di esclusione. Serve maggiore disciplina finanziaria. Serve affrontare il debito pubblico e non solo il deficit annuale. Serve uno stimolo agli investimenti senza aumentare il deficit. Oggi come oggi vedo quasi più probabile l’esclusione dell’Italia, che non la sua decisione di uscire dall’euro. Per decidere di uscire dovremmo fare forse le stesse cose che dovremmo fare per decidere di restare. Tanto vale cominciare a farle.
di Giorgio La Malfa